Questo VINO si beve con gli occhi !!!

E’ un po’ di tempo che non scrivo un articolo per il blog della irtem, società innovativa e dinamica che si occupa di marketing del vino.

Non è facile trovare argomenti nuovi che non abbia ancora trattato in modo generale per il marketing sensoriale e perciò questa volta voglio essere un po’ provocatorio e andare sopra le righe per scuotere le aziende a sperimentare nuove strade per presentarsi e soprattutto farsi riconoscere e ricordare.

Nei giorni scorsi sono stato a Milano per motivi personali e sul treno ho incontrato una persona con la quale ho intrattenuto un dialogo su alcuni articoli di giornale, sull’industria 4.0 e soprattutto su come questa si orienti sempre più verso soluzioni immateriali rispetto al manifatturiero classico e quindi verso i servizi. Ho cercato di far notare come il vino rappresenti un prodotto fisico per eccellenza e per di più un prodotto che finisce nel nostro corpo e quindi mal si presta ad una trasformazione immateriale.

La signora, dopo avermi osservato un po’ e qualche attimo di silenzio mi dice “Ha mai sentito dire un vecchio proverbio che dice ” il cibo si mangia prima con gli occhi che con la bocca?”. “Penso che proprio il settore vitivinicolo dovrebbe studiare bene le trasformazioni in atto nella società perché andando avanti nel tempo le persone cercheranno sempre di più bottiglie che si presentano da sole, che si ricordano e che mettono in evidenza il plus di valore del vino, prima ancora di comprarlo.

Sono convinto che in generale tutto l’agroalimentare dovrà sempre di più sfruttare l’industria 4.0 per il web, per il proprio brand, per il packaging, per l’e-commerce. Mi vengono in mente migliaia di motivi per cui proprio codesto tipo di aziende dovrebbero essere attente ai cambiamenti in atto.

“E chi è, mi sono chiesto, questa signora che in meno di un minuto mi ha zittato con argomenti che condivido al 100%?”

“Pensi, mi ha detto, io lavoro nel campo finanziario e sposto milioni di euro a settimana, eppure di quegli euro non ne vedo nemmeno uno. Pensi ad un’altra cosa, la prima società al mondo di autonoleggio non ha nemmeno una macchina, e la prima azienda che fa intermediazione immobiliare per affitti non ha nemmeno una casa.

Credo che bisognerà guardare tutte le cose da un’altra prospettiva se si vuole capire e approfittare di queste trasformazioni epocali:”

“Cavolo, questa signora è proprio brava. In meno di venti minuti mi ha fatto una lezione che devo ricordare per cercare di sfruttarla nel mio lavoro.” E subito il pensiero è andato alle etichette delle bottiglie, al packaging in generale, ai brand delle aziende e al modo con cui dovrebbero operare.

Cosa vendiamo ai nostri clienti, come vogliamo vendere, come vogliamo stupire, meravigliare il nostro potenziale consumatore, come facciamo ad entrare nella sfera emozionale delle persone, come possiamo far capire che il prodotto che una persona acquista va oltre il contenuto e ti fa apprezzare una filosofia di vita, un territorio, una storia familiare? Domande semplici che esigono risposte semplici.

Dice un vecchio proverbio: “Non sempre le cose migliori sono semplici, ma è sicuro che le cose semplici sono le migliori”.

Partiamo dal modo più diretto con cui comunicare la semplicità per far riconoscere e far ricordare il nostro vino: l’etichetta.

Cosa dobbiamo scriverci? Siamo sempre più invasi da etichette che riportano poemi all’interno di un fazzoletto di carta, sovraccarichi di messaggi. Aziende prese dalla frenesia di volere dire tutto e con un condimento di nomi di fantasia descrivono il niente. Il risultato?  Il potenziale cliente non capisce e fa un atto di fede comprando quel prodotto.

Vi è mai capitato di entrare in una mostra di arredo di alto design, in una boutique o in un centro commerciale? La cosa che stupisce chiunque che fa questa esperienza è che in un negozio di design o in una boutique gli oggetti hanno una distanza, respirano, si leggono e sono sistemati in modo che possano essere apprezzati, riconosciuti e valorizzati.

La stessa logica deve essere seguita nella realizzazione dell’etichetta. Pochi elementi che possano essere riconosciuti, letti e ricordati. Dobbiamo dare importanza a quelle zone che gli occhi guardano e finiscono nella sfera emozionale della persona e soprattutto scegliere e non superare i 5-6 segni che la nostra mente riesce a percepire senza fare confusione.

Ho visto molto spesso etichette con nomi impronunciabili evidenziati in modo abnorme con l’indicazione del nome dell’azienda microscopica, l’anno della vendemmia scritto in versione mignon, disegni e segni grafici incomprensibili che non servono altro che all’ego del grafico che li ha disegnati.

E’ vero che ogni etichetta ha una propria storia, ma ci sono delle regole base che a nostro parere vanno sempre rispettate per essere riconoscibili. Regole che devono seguire di pari passo tutto il packaging e tutta la narrazione della cantina e della azienda se vogliamo che i nostri potenziali clienti, che ricordiamolo sempre sono nel mondo e non solamente dietro l’angolo di casa, ci riconoscano, ci ricordino e soprattutto comprino prodotti consapevoli del valore della bottiglia.

Crediamo che seguire questa metodologia aiuti tutte le aziende ma soprattutto quelle più piccole a presentarsi in modo identitario, comprensibile e vero senza la volontà di scimmiottare le aziende grandi che con una discrete capacità finanziarie si possono permettere scelte che le medie cantine non devono e non possono intraprendere.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 giugno 2016 alle 9:55 ed è archiviata in generale. Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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